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LA VALUTAZIONE DELLE DIFFICOLTA' ALPINISTICHE

I “gradi” e le “scale”

La necessità di creare un codice di valutazione della difficoltà di una salita è antico quasi come l’alpinismo: assai presto, nelle guide e nelle pubblicazioni ufficiali dei club alpini europei termini come “difficile” o “molto difficile” incominciarono ad essere usati con un preciso significato, e ad essere posti in relazione a determinate salite o passaggi famosi che fungevano da termine di riferimento. Poi, negli anni ’20, l’alpinista tedesco Willo Welzenbach propose una scala di valutazione ove alla definizione veniva sostituita una cifra in numeri romani, dal I (facile) al VI (estremamente difficile), ulteriormente suddivisi in superiore ed inferiore (+ e -). Tale sistema di valutazione venne poi diffuso dall’italiano Rudatis ed infine recepito ufficialmente dall’UIAA, l’Unione Internazionale delle Associazioni Alpinistiche. È questa la cosiddetta scala UIAA o Welzenbach. Il sesto grado era considerato il limite insuperabile delle pos sibilità umane, e la scala era perciò “chiusa”, non suscettibile di introduzione di altre cifre in caso di superamento di passaggi più difficili. Sarebbe come se nell’atletica non si potesse concepire di correre i 100 metri in meno di 10 secondi. Questa ev idente contraddizione logica impiegò comunque quasi 60 anni ad essere compresa dai vertici dell’UIAA, tanto che la scala Welzenbach venne aperta verso l’alto introducendo il VII grado quando ormai era già stato superato l’VIII e si sfiorava il IX grado. La scala Welzenbach/UIAA, originariamente riferita all’impegno complessivo di una salita (e considerante quindi anche fattori come la lunghezza, la pericolosità, la qualità della roccia), venne poi riservata alla valutazione tecnica del singolo passaggio in arrampicata, e per la valutazione complessiva venne introdotta una scala, detta “francese”, in lettere.

 

scala UIAA (difficoltà su roccia)

 scala Francese (impegno complessivo e difficoltà su ghiaccio)

Facile

 I

 F

Poco difficile

 II

 PD

Abbastanza difficile

 III

 AD

Difficile

 IV

 D

Molto difficile

 V

 TD

Estremamente difficile

 VI

 ED

Accanto alla scala “ufficiale”, vennero però creati ed applicati vari altri sistemi di valutazione della difficoltà che ebbero una diffusione locale o regionale: ad esempio la scala americana, quella australiana, quella inglese, quella dell’Elbsandsteigebirge, quella francese. A parte la scala americana, che ebbe una certa diffusione dovuta alla fama del mito di Yosemite nel corso degli anni ’80, è importante ricordare la scala francese la quale, gradualmente, è diventata di uso universale per la valutazione dell’arrampicata libera. Tale scala, che iniziava ove terminavano le difficoltà classiche, col il grado 6a (corrispondente al VI+/VII - UIAA) è ora comunemente usata in tutta l’Europa continentale ed oltre che verso l’alto, giungendo attualmente al 9a, è stata aperta anche verso il basso (5abc, 4abc, 3abc) per poter valutare in modo omogeneo i passaggi più facili (originariamente, sotto il 6° si usava la scala UIAA tradizional e, anche se notoriamente il 5+ francese, essendo il 6° quasi VII, era paragonabile ad un VI dolomitico) Scale particolari sono state inventate anche per valutare la difficoltà nell’arrampicata artificiale, in quella su ghiaccio, per il Boulder, creando u na babele di numeri e sigle che, accanto alla ovvia soggettività della valutazione, creano una specie di codice per iniziati. La valutazione della difficoltà è per convenzione indipendente dalla pericolosità del passaggio. Un passo di 6b (VII) resta tale sia ad un metro da terra che a 30 senza protezioni, pur essendo evidente che qualsiasi discreto arrampicatore è in grado di superarlo nel primo caso, mentre nel secondo è riservato a pochi eletti. La valutazione dell’impegno psicologico non è infatti riducibile a dei numeri, e si preferisce quindi affidarsi ad altre informazioni che completino quelle fornite dalla semplice difficoltà tecnica. Una volta, come abbiamo visto, non era così, ed ancora oggi, in casi particolari, il rischio contribuisce alla valutazione. Nell’arrampicata artificiale, ad esempio, è in uso la scala americana, ove si tiene conto anche della solidità degli ancoraggi. Un tiro di A5, infatti, per essere tale richiede che in caso di cedimento di un ancoraggio, quelli precedenti non siano in grado di reggere allo strappo, con conseguente caduta del capocordata fino alla sosta (anzi, sotto la sosta). Stesso discorso vale per la più diffusa scala di valutazione delle difficoltà su ghiaccio, che è una scala composita di numeri romani (da I a VII) indicanti l’impegno globale (lunghezza, distanza dal fondovalle, pericoli oggetti) e cifre arabe (da 1 a 7) riferentisi alla difficoltà tecnica, ove a partire dal grado 6 il ghiaccio deve essere tale da non permettere di piazzare protezioni vicine e si cure.


Tavola comparativa delle difficoltà

La scala delle difficoltà UIAA è la scala Welzenbach aperta verso l'alto ed è quella tuttora in uso in gran parte dell'arco alpino. E' altrettanto ormai affermato l'uso della scala francese per le difficoltà oltr e il VI/VI+ UIAA, ovvero dal 6a/6b in su.

UIAA

 F

 USA

 GB

 AUS

I

 1

 5.2

 moderate

II

 2

 5.3

 difficult

 11

III

 3

 5.3/5.4

 very diff.

 11/12

III+

 3

 5.4

 "

 12

IV-

 4

 5.4/5.5

 "

 12/13

IV

 4

 5.5

 4a

 13

IV+

 4/4+

 5.5/5.6

 4a/4b

 13

V-

 5a

 5.6

 4b

 13/14

V

 5b

 5.6/5.7

 4b/4c

 14

V+

 5c

 5.7

 4c

 15

VI-

 5c/6a

 5.7/5.8

 5a

 16/17

VI

 6a

 5.9

 5a/5b

 17/18

VI+

 6a/6a+

 5.9/5.10a

 5b

 18/19

VII-

 6a+/6b

 5.10b/5.10c

 5b/5c

 19/20

VII

 6b/6b+

 5.10d

 5c

 20/21

VII+

 6c

 5.11a/5.11b

 5c/6a

 22/23

VIII-

 6c+/7a

 5.11c

 6a

 23/24

VIII

 7a/7a+

 5.11d

 6a/6b

 24/25

VIII+

 7b

 5.12a/5.12b

 6b

 25/26

IX-

 7b/7b+

 5.12c/5.12d

 6b/6c

 26/27

IX

 7c/7c+

 5.12d/5.13a

 6c

 27/28

IX+

 8a

 5.13b

 6c/7a

 28/29

X-

 8a+

 5.13c/5.13d

 7a

 29/30

X

 8b/8b+

 5.13.d

 7a/7b

 30/31

X+

 8c

 5.14a

 7b

 31/32


Arrampicata su roccia in artificiale

L'arrampicata artificiale è una forma di arrampicata in cui gli strumenti come corda, chiodi, etc. vengono utilizzati oltre che per l'assicurazione anche per la progressione. A rigore , quindi, anche il resting, l'abbandono del proprio peso corporeo alla corda di assicurazione o la sospensione ad un chiodo, vanno intesi come arrampicata artificiale. In questo senso si può anche parlare più propriamente di "stile" d’ arrampicata. Comunque l'artificiale è oggi una componente quasi sempre presente, per ovvie ragioni , nell'alpinismo di difficoltà, sempre spinto ai limiti massimi dell'arrampicata libera ed alla ricerca di itinerari complessi. Non va trascurato poi il grado di specializzazione raggiunto da alcuni alpinisti, veri maghi di queste tecniche, nell'apertura di vie molto difficili, anche se il fenomeno in Dolomiti è piuttosto raro.


Tabella dei gradi di difficoltà in artificiale

diff.  descrizione
A0 è il grado minimo di utilizzo di materiale per la progressione , senza particolari difficoltà. Normalmente consiste nell'afferrare un rinvio o un chiodo già infisso, o nell'uso della corda per manovre particolari
A1  può comportare l'ausilio di una staffa o una daisy e può essere necessario aggiungere materiale per la progressione
A2  con questo grado di difficoltà comincia ad intervenire una certa dose di esperienza per il dosaggio dello sforzo nel chiodare con difficoltà, superare strapiombi o nel raggiungere protezioni un po' lunghe su placche lisce , impiegando doppie staffe
A3  crescono le difficoltà tecniche d i manovra e messa in posa delle protezioni, spesso si ha a che fare con tetti molto pronunciati
A4  è fondamentale l'uso di moderni strumenti di progressione artificiale (cliffhanger, rurp, skyhook, nut particolari in materiali "spalmabili" come rame e ott one) per cui la catena del sistema di sicurezza della cordata, oltre la sosta, assume una certa precarietà
A5  il rischio di caduta e relativo strappo del materiale dalla parete è sempre più alto...